IL BLOG SI TRASFERISCE SUL SITO DI ALTRECONOMIA
Cari amici, dopo un po' di anni questo blog semi clandestino cambia indirizzo. L'approdo è quello più naturale, il sito di Altreconomia, il mensile con il quale collaboro da anni e sul quale compare la rubrica che ha lo stesso titolo del blog. "Distratti dalla libertà", del resto, è il titolo di un mio libello che Altreconomia, come editore, pubblicò nel 2003.
La rivista cartacea è diffusa per abbonamento, ed è reperibile anche nelle botteghe del commercio equo e solidale: è una testata che racconta il mondo delle economie alternative e le esperienze di chi cerca di costruire una società più giusta. E' un prezioso veicolo di un punto di vista che mette in discussione i dogmi del sistema economico oggi imperante.
L'attenzione ai temi della libertà e del diritto al dissenso, per Altreconomia è naturale e spontaneo: sia per il convolgimento diretto nell'esperienza del G8 di Genova, sia perché le libertà civili e il dissenso politico, etico, culturale sono poco compatibili, nel lungo periodo, col sistema economico che oggi domina il pianeta. A Genova, per l'appunto, ne abbiamo avuto una dimostrazione.
Insomma, il blog approda nel posto giusto. Spero che incontri l'interesse di vecchi e nuovi navigatori.
Lorenzo
VIETATO DISCUTERE
Questa notizia è un buon esempio di ciò che intendiamo quando parliamo dell'esistenza di un clima autoritario, di un conformismo che spinge a etichettare come sconvenienti, pericolose, inaccettabili certe iniziative o affermazioni, che altro non sono che libera, legittima e necessaria espressione del diritto al dissenso.
Pisa. L'università vieta dibattito sul G8 di Genova
17 luglio 2007
L'Università di Pisa ha negato al Laboratorio delle disobbedienze Rebeldía
l'autorizzazione a svolgere il 20 luglio una iniziativa a sei anni dalle
giornate del G8 di Genova, nel corso della quale sarebbe stato proiettato
il video "OP/GENOVA 2001- L'Ordine pubblico durante il G8", realizzato da
Supporto legale con i materiali del processo in corso a Genova contro 25
manifestanti, e con la partecipazione di un avvocato del Legal Team.
La motivazione addotta è tutta politica: l'Università di Pisa "non concede
spazi per dibattiti su questioni oggetto di processi in corso", come ha
comunicato la prorettrice vicaria Lucia Tongiorgi a nome del rettorato.
Scrivono in un comunicato quelli del Laboratorio Rebeldia: "Crediamo che
questa decisione sia di una gravità inaudita, una limitazione della
libertà di espressione e di confronto senza precedenti nell'università e
in questa città. Mentre sta emergendo la verità giudiziaria sulle giornate
del G8 di Genova del luglio 2001 (le dichiarazioni del vicequestore
Fournier sulla 'macelleria messicana' al dormitorio nella scuola Diaz, i
falsi e le torture della caserma di Bolzaneto, i poliziotti di ogni ordine
e grado che hanno mentito e depistato in maniera sistematica a partire
dall'ex capo della polizia De Gennaro, recentemente promosso dal governo
Prodi capo gabinetto al ministero degli interni) l'ateneo pisano impedisce
un dibattito su una delle vicende più drammatiche della storia del nostro
paese.
Invitiamo tutte le associazioni, i movimenti, i singoli cittadini, il
popolo di Genova, il Legal Team a prendere posizione pubblica contro
questa decisione dell'università di Pisa, ad inviare mail e fax di
protesta, perché l'ateneo ammetta di avere commesso una indecenza politica
e ritorni sui suoi passi autorizzando l'iniziativa. Invitiamo gli
studenti, i docenti, il personale tecnico amministrativo dell'università a
fare sentire la propria voce e la propria indignazione contro una
amministrazione che nega il diritto alla parola. Genova per noi è la
difesa degli spazi liberati, la tutela e l'ampliamento dei diritti a
partire da quello di manifestare liberamente, per questo vogliamo che il
20 luglio qui a Pisa sia una giornata di lotta e di memoria. Invitiamo
tutte le associazioni, i partiti, i sindacati, tutti i cittadini domani
alle ore 12 davanti al rettorato dell'Università di Pisa per una
conferenza stampa".
MEDIOCRI (E RIVELATRICI) PROVOCAZIONI
Un sindacato di polizia - il Coisp - del quale è difficile identificare il peso (in polizia esistono oltre venti sigle sindacali, spesso espressione di piccoli gruppi di potere e professionali) ha presentato un esposto alla procura ipotizzando un reato di diffamazione per il titolo del convegno organizzato per sabato dal Comitato Verità e Giustizia per Genova e di cui si parla nel post precedente: "Premiata macelleria italiana".
Il Coisp nei giorni scorsi ha anche annunciato - sfidando il ridicolo e prendendosi gioco dei media - una improbabile manifestazione di poliziotti in piazza Alimonda, nello stesso pomeriggio di venerdì 20 durante il quale si terrà la manifestazione organizzata dal Comitato Piazza Carlo Giuliani. E' di tutta evidenza che il Coisp è in cerca di pubblicità e che la sta cercando a forza di comunicati e provocazioni.
Tuttavia l'esposto alla procura può essere utilmente preso in considerazione, perché mostra involontariamente il degrado morale nel quale viviamo e che impedisce di vedere - a larga parte dell'opinione pubblica manipolata da personaggi in cattiva fede, inclusi i vertici delle forze di polizia e delle istituzioni democratiche - che il vero attacco al buon nome delle forze di polizia non viene certo dal titolo di un convegno, oltretutto ispirato alle parole di un vice questore (il dottor Michelangelo Fournier, imputato al processo Diaz), ma dalla condotta degli stessi vertici delle forze di polizia, che a sei anni di distanza non sono ancora riusciti a prendere le distanze da alcuni episodi che macchiano la storia recente delle nsotre forze dell'ordine, come i pestaggi alla Diaz e a Forte San Giuliano (su questi ultimi non vi è nemmeno un'inchiesta della magistratura), i maltrattamenti inflitti ai detenuti alla caserma di Bolzaneto e in alcune carceri del nord Italia (anche su questi ultimi episodi non vi sono inchieste in corso) e come i pestaggi per strada di cittadini inermi, per i quali vi sono state già quattro condanne, in sede civile, che hanno inflitto al ministero degli Interni l'obbligo di risarcire alcuni cittadini.
Il problema è che nel nostro paese, come e forse più che in altri paesi, stiamo vivendo una fase di pericoloso declino della cultura democratica. Queste provocazioni e le micro polemiche seguite in merito alle iniziative di questo fine settimane, ne sono una piccola, quanto triste, rappresentazione.
RICOSTRUIRE UNA CULTURA
Sabato a Genova il Comitato Verità e Giustizia organizza un incontro che un titolo dettato dalle notizie delle ultime settimane: "Premiata macelleria italiana". Il riferimento è ovviamente alla mattanza della scuola Diaz descritta dal vice questore Michelangelo Fournier. Il sottotitolo indica il senso dell'iniziativa: "Chi controlla le forze di polizia? Chi garantisce i diritti costituzionali?"
Le vicende più recenti hanno mostrato quanto sia debole il potere politico e quanto siano lontane le forze di polizia da quei principi di trasparenza, rigoroso rispetto delle libertà politiche e dei diritti umani che dovrebbero essere alla base della sua azione. Crediamo che in Italia stiamo vivendo un'emergenza diritti civili e che stiamo procedendo a grandi passi verso una democrazia di tipo autotitario, oltretutto sempre più invocata in vari ambienti politici, giornalistici, culturali. L'ammirazione per il "modello Sarkozy" e la pervasività dell'ossessione securitaria sono in questa due potenti motori che velocizzano questa pericolosa marcia.
E' necessario mettere in circolazione anticorpi efficaci, quindi ricomporre quella cultura democratica dei diritti civili che non sembra più far parte del Dna delle forse pollitiche principali, tutte tese a rassicurare cittadini spaventati, in un mondo in cui trionfano il militarismo e l'idea che la sicurezza si può garantire moltiplicando gli strumenti di sorveglianza, i divieti, le forze di polizia.
Discuteranno di questi temi, fra gli altri, anche Alessandro Dal Lago e Salvatore Palidda, che sono fra i pochi studiosi italiani a dedicare costante attenzione ai temi della sicurezza, del controllo democratico sugli apparati di polizia, dell'effettivo esercizio dei diritti civili. Viviamo in una società sempre più dura e soffocante, al punto che questo dibattito suonerà ai più come qualcosa di controcorrente e provocatorio: sarà invece un'occasione per mettere in campo analisi e proposte che dovranno rapidamente trasformarsi in azione.
DEMOCRAZIE DEGLI ORRORI
Si viene dunque a sapere che il ministro dell'Interno tedesco, il cristiano sociale Schauble, vuole introdurre il labilissimo reato di 'cospiraizone', sul modello statunitense, in modo da poter procedere ad arresti preventivi di presunti terroristi anche in assenza di seri indizi, e che si pone il problema della disciplina giuridica dei casi estermi, ossia degli "omidici mirati".
Siamo davvero all'inimmaginabile. La civiltà giuridica europea sta subendo un autentico tracollo. La lotta al terrorismo sta producendo cedimenti sempre più gravi, e quindi una democrazia così svilita e ferita nei suoi principi fondativi, che dobbiamo davvero procedere a un serio esame della situaione, per individuare subito le linee di lotta a questa spaventosa involuzione.
Il fatto che un ministro di una paese come la Germania possa interrogarsi sugli "omicidi mirati" è assolutamente sconvolgente. E' vero che in Israele i consigli dei ministri discutono da tempo di questa cosa, e cioè individuano le persone da uccidere e danno il consgeuente mandato agli apparati di agire. La corte suprema israeliana ha avallato questa pratica. Ed è vero che Israele, nonostante tutto, si considera una democrazia e tale è considerata in Europa e nel resto dell'occidente. Finora consideravamo Israele un'eccezione assoluta, sia perché vive in stato di guerra permanente, sia perché tiene sotto occupazione i territori palestinesi e deve fronteggiare la resistenza locale e gli atti terroristici delle formazioni armate, sia perché la valutazione di quel paese come una democrazia è percepito dai più come un'affermazione di principio, per ragioni di schieramento, che una reale valutazione dei fatti.
Ora scopriamo che siamo sulla via della israelizzazione, e che di pari passo imiteremo anche gli Stati Uniti nel percorso di decadimento democratico intrapreso in questi anni. In poco tempo abbiamo scoperto di essere paesi democratici che praticano in modo sempre più aperto gli arresti illegali, la tortura, le uccisioni di massa dei civili, le invasioni di paesi terzi, e ora ci prepariamo appunto agli omicidi mirati. Più tutte le limitazioni della privacy, del diritto al dissenso, della libertà personale alle quali assistiamo un po' dappertutto. Stiamo galoppando verso democrazie degli orrori.
MERITEVOLI D'ATTENZIONE
Il 5 luglio è in programma a Roma questa piccola manifestazione di protesta che porta alla ribalta quattro terribili vicende che ancora non hanno ricevuto una risposta dalle istituzioni e che sono quindi altrettanti buchi neri nella nostra storia più recente. Buchi neri fatti di reticenze, ostacoli alla ricerca della giustizia, quindi impunità. Sono casi che mostrano quanto siamo lontani dall'avere forze dell'ordine trasparenti e quanto manchi un ente terzo in grado di indagare su quanto avviene nelle caserme e sui molti, troppi casi riguardanti abusi commessi da appartanenti alle forze dell'ordine.
Ecco il comunicato che illustra l'iniziativa.
Ci sono persone che non hanno dimenticato Genova 2001. Le cariche violentissime e gli abusi di potere per le strade, delle quali nessuno ha ancora pubblica responsabilità. Piazza Alimonda e l’omicidio di Carlo Giuliani da parte di un carabiniere, prima attribuito ad un fantomatico sasso dei manifestanti, poi rapidamente archiviato come legittima difesa. E ancora la mattanza nella scuola Diaz, le finte molotov messe a posta dalla Polizia per giustificare la brutalità dell’intervento, poi addirittura sparite dagli atti del processo contro le forze dell’ordine e ancora le torture e gli abusi nella caserma di Bolzaneto. La catena di comando che ha guidato queste azioni ancora non è stata ricostruita, nessuno si è mai assunto le proprie responsabilità. Nessuno nelle forze dell’ordine, nessuno nella Politica, neanche la commissione di inchiesta su Genova 2001, che era nel programma elettorale dell’Unione è mai stata avviata.
Ci sono persone che non hanno dimenticato l’omicidio di Davide Cesare, per tutti noi Dax. Ucciso dalle lame dei fascisti a Milano. Ci sono persone che non hanno dimenticato le cariche ingiustificate e violentissime nei corridoi dell’ospedale S.Paolo, contro i suoi compagni e le sue compagne accorsi al pronto soccorso, il sangue per terra e sui muri, le decine di ragazzi e ragazze feriti. Come per il G8 di Genova, anche per i fatti del San Paolo è la storia di un paese ad essere messa alla sbarra. Anche per i fatti del S.Paolo le responsabilità e le catene di comando all’oggi non sono state chiarite.
Ci sono persone che non dimenticano l’omicidio di Federico Aldrovandi, 18 anni. Era il settembre del 2005, a Ferrara, quando Federico venne ammazzato di botte durante un “normale” controllo di polizia. Il caso è venuto alla ribalta, dopo vari tentativi di insabbiamento, prove manomesse, falsi verbali, provette ritrovate a distanza di anni negli armadietti del Commissariato… Ci sono persone che sanno che solo grazie alla strenua lotta per la verità dei famigliari e degli amici di Aldro, oggi si è riusciti ad ottenere il rinvio a giudizio dei quattro poliziotti responsabili di quell’omicidio, che fino ad ora erano stati coperti dai colleghi in un’indagine gestita in “famiglia”, come più volte ripetuto dai genitori di Federico.
Ci sono persone che non dimenticano la morte di Renato Biagetti, ucciso a coltellate in una notte di agosto ’06 all’uscita di una dance all reggae sulla spiaggia di Focene. Persone che non possono e non vogliono dimenticare il sorriso di Renato e le lame che lo hanno ucciso. Il secondo coltello sparito e mai trovato, le indagini preliminari viziate, i verbali con le dichiarazioni che Renato aveva rilasciato poco prima di morire che sono sparite e che solo dopo quasi un anno, su pressanti richieste degli avvocati della famiglia, si è scoperto che stranamente non erano state verbalizzate ed ora agli atti del processo contro i due giovani assassini c’è solo il ricordo, confuso e deviante di un Carabiniere. Ci sono persone che sanno che questo è avvenuto perché uno degli imputati è figlio di un Carabiniere di stanza proprio nel territorio in cui è nato questo brutale omicidio.
È impunità, è “spirito di corpo”, sono omissioni e depistagli studiati a tavolino e “protetti” dall’alto, sono prove inquinate, verbali omessi o modificati, è omertà e impunità. Delle Forze di polizia, della Politica, della Magistratura. Addirittura assistiamo in questi giorni all’avvicendamento di De Gennaro con il suo vice, Manganelli: la continuità e l’impunità è evidente anche agli occhi di un bambino. De Gennaro che addirittura è stato promosso a capo del gabinetto di Giuliano Amato, al Ministero dell’Interno, ormai quindi divenuto chiaramente un ministero di polizia.
Più che il giudizio della magistratura, da cui poco o nulla possiamo, per altro, attenderci, ci interessa il giudizio politico di quanto accadde. Tutti questi casi, e i molti altri che scompaiono nell’individualismo drammatico delle nostre città e del nostro paese, ci pongono interrogativi seri sul clima che si respira nelle caserme italiane, nei Tribunali, nei palazzi del potere e minano seriamente le condizioni di salute della democrazia nella nostra società.
Ci sono quattro mamme Patrizia mamma di Federico Aldrovandi, Haidi mamma di Carlo, Rosa mamma di Dax, e Stefania mamma di Renato. Quello che le accomuna è aver perso un figlio, è chiedere in loro nome verità e giustizia per rompere questo clima di omertà e collusione, è lottare quotidianamente per far emergere la verità.
Ci sono persone che non le hanno mai lasciate sole e che il 5 luglio hanno organizzato con loro e per loro un sit-in sotto al Ministero dell’Interno per chiedere conto di tutto questo, per denunciare pubblicamente la realtà di questo paese, per gridare insieme che
LA VERITA’ NON SI CANCELLA
Appuntamento il 5/07/07 sotto al Ministero dell’interno,
in piazza dell’Esquilino dalle 11.00 alle 15.00.
Primi promotori:
La famiglia di Renato Biagetti, Associazione culturale “I sogni di Renato”, i compagni e le compagne di Renato, i compagni e le compagne di Dax, Haidi Giuliani, Supporto Legale.
Per info e adesioni: veritaperrenato@inventati.org
IL GIOCO DELLA VERITA'
Proviamo a fare un gioco, che è anche una prova della verità. Abbiamo visto sui giornali di questi giorni - inclusi quelli cosiddetti progressiti - i peana per Manganelli e De Gennaro e il consenso generalizzato per la "soluzione politica", rigorosamente "bipartisan", del caso Genova, riesploso - è bene ricordare - a sei anni di distanza dai fatti sostanzialmente per due episodi.
Il primo è stato la deposizione di Michelangelo Fournier, il quale ha definito "macelleria messicana" i pestaggi alla Diaz e ha rivelato per la prima volta di avervi assistito, sostenendo di avere taciuto finora per "spirito di appartanenza", mettendo così a nudo, indirettamente, la consegna all'omertà e alla menzogna seguita all'interno della polizia. Il secondo episodio è l'iscrizione nel registro degli indagati di Gianni De Gennaro per istigazione alla falsa testimonianza, con riferimento alla deposizione dell'ex questore di Genova Francesco Colucci, a sua volta indagato per falsa testimonianze. E' questa una vicenda penosa - come sa bene chi ha assistito all'interrogatorio di Colucci - e assolutamente infamante per alti funzionari dello stato.
La soluzione politica bipartisan sarebbe l'avvecendamento di De Gennaro per "fine naturale del mandato" come annunciato da Romano Prodi in parlamento e la sua nomina a capo di gabinetto del ministro dell'Interno Amato, un ruolo quindi fiduciario, pesantissimo sul piano simbolico, e la sua sostituzione al vertice della polizia con il vice Antonio Manganelli, che fa parte - notoriamente e da molti anni - del "gruppo De Gennaro".
Il gioco è questo: proviamo a sostituire i nomi di Luciano Violante, Romano Prodi e Giuliano Amato con quelli - poniamo - di Alfredo Mantovano (ex sottosegretario di An), Silvio Berlusconi (ex premier), Beppe Piasanu (ex ministro dell'Interno).
1) Stralci di un'intervista alla Stampa del 23 giugno di VIOLANTE/MANTOVANO: "Da sei anni la magistratura sta indagando e non ha trovato nulla nei confronti del capo della polizia; adesso l'avviso di garanzia per una vicenda diversa che francamente mi sembra poco credibile. Non posso immaginare che il capo della polizia dica a un questore di dichiarare il falso all'autorità giudiziaria. Mi sembra si sia trattato di un eccesso di zelo inquisitorio". "Si tratta della stessa polizia che ha arrestato Bernardo Provenzano, gli assassini di Biagi e D'Antona. Che in tre giorni individua la responsabile dell'omicidio della ragazza sulla metropolitana di Roma. Non confondiamo il comportamento di alcuni con quelli di centodiecimila servitori leali della democrazia".
In due battute si liquida il lavoro della magistratura e si consegna ai "poliziotti benemeriti" una piena libertà d'azione - a prescindere dai fatti - in nome delle buone azioni compiute in passato. Una bella prova di garantismo, di fedeltà ai fatti, di rigorosa attinenza al dettame costituzionale.
2) Brani dall'intervento di PRODI/BERLUSCONI al question time alla Camera: «De Gennaro, in risposta alla conferma della nostra fiducia, quando mise a disposizione il suo mandato contemporaneamente alla nascita del mio governo, aveva convenuto che alla scadenza del settimo anno di incarico sarebbe maturato il momento del suo avvicendamento. Così sarà senza polemiche, in completo accordo fra governo e capo della Polizia, nel solo interesse del Paese. Ribadisco la completa e totale fiducia nei confronti di De Gennaro, fiducia che gli ho personalmente riconosciuto anche in recenti occasioni in cui le forze di Polizia hanno dimostrato grandi capacità, compostezza e senso di responsabilità. Ed è assolutamente vero che questo è stato riconosciuto in ambito sia nazionale che internazionale». Non si parola della disastrosa gestione del G8 di Genova, delle menzogne denunciate dallo stesso Fournier, delle promozioni degli imputati di grado più alto, dell'indagine sul capo della polizia, eccetera eccetera. I fatti scompaiono, resta la fiducia incondizionata.
3) Per AMATO/PISANU parla la decisione di affidargli un incarico di prestigio e dal grande valore simbolico con la nomina a capo di gabinetto. E' un messaggio esplicito anche per la magistratura che osa ancora indagare e portare avanti i processi.
E' vero o non è vero che le parti sono perfettamente intercambiabili? Allora cominciamo a dirci la verità e cioè che se le stesse cose dette e fatte da Violante/Prodi/Amato le avessero dette e fatte Mantovano/Berlusconi/Pisanu ci sarebbe stata nel centrosinistra una sollevazione. Tutti si sarebbero indignati per l'ipocrisia, l'ambiguità e la falsificazione, per la protezione indecente assicurata a vertici di polizia che si sono macchiati di comportamenti indifendibili eccetera e eccetera. Si sarebbe denunciata l'abdicazione del potere politico di fronte al potere acquisito dagli apparati di polizia e da chi li guida da molti anni. Si sarebbero indignati anche i giornali cosiddetti progressiti e avremmo avuto un diluvio di dichiaraizoni all'Ansa da parte di parlamentari protesi alla difesa strenua delle garanzie costituzionali.
Non è qualunquismo, e nemmeno facile ironia, è l'ennesima dimostrazione che ogni volta che si parla di provvedimenti bipartisan bisogna diffidare, perché c'è dietro qualcosa di poco pulito, che lascia sul terreno ciò che non interessa, perché non ha rappresentanza politica: in questo caso il diritto al dissenso, la dignità di tanti cittadini umiliati, la pretesa di vedere riconosciuti i propri diritti civili.
INDECENZA
La nomina di De Gennaro capo di gabinetto del ministro Amato è un atto davvero indecente. Io lo vivo come un'umiliazione personale per tutti quelli che a Genova hanno subito ciò che sappiamo: abusi d'ogni tipo, la Costituzione calpestata, violenze fisiche.
Il centrosinistra ci ha presi in giro, non ha il controllo delle forze di polizia e cerca di salvarsi chiamando al governo il capo del gruppo di potere più forte, che non riesce a intaccare. Lo dice anche l'associzione dei prefetti, che parla di ministero di polizia (quello che esisteva prima del ritorno della democrazia).
Vorrebbero anche farci credere che è una scelta ottima per la democrazia, lineare e giusta, perché non si possono fare questioni personali. Infatti non facciamo questioni personali, poniamo questioni che hanno a che fare col rispetto dei diritti delle persone e con lo spirito e la lettera della Costituzione.
Se la risposta alle rivelazione di Fournier (macelleria messicana) e all'indagine su De Gennaro (istigazione alla falsa testimonianza) è la nomina di De Gennaro a braccio destro del ministro degli Interni (!!!!) e del suo vice a capo della polizia, che cosa dobbiamo pensare?
Che possibilità ci lasciano?
Lorenzo Guadagnucci
VIOLANTE E LA DEMOCRAZIA INTERMITTENTE
In una terribile intervista alla Stampa, l'onorevole Violante si esibisce nell'ennesima difesa d'ufficio del capo della polizia De Gennaro. Dice che l'avviso di garanzia inviatogli dalla procura di Genova per istigazione alla falsa testimonianza non è credibile (ma non spiega il motivo, se non la sua cieca fiducia in De Gennaro) e poi, dovendo riconoscere le bestialità compiute a Genova, dice che comunque si sta parlando della stessa polizia che ha arrestato Provenzano e "la responsabile dell'omocidio della ragazza uccisa nella metropolitana di Roma".
A parte gli accostamenti filo leghisti, questo ragionamento vuole forse dire che la polizia, in quanto compie anche buone operazioni in linea con il proprio mandato, è autorizzata di tanto in tanto a calpestare la costituzione, sospendere lo stato di diritto, negare i diritti democratici a migliaia di persone, e pestare, arrestare arbitrariamente e torturare qualche centinaio di persone? Forse l'onorevole Violante vuol dire che non possiamo permetterci una polizia autenticamente democratica? Che sbagliano quei paesi dove di fornte a errori - chiamiamoli così - come quelli avvenuti durante il G8 di Genova, sospendono o chiedono le dimissioni dei dirigenti che si trovano ai vertici delle forze dell'ordine?
Violante oggi, e lo stesso Prodi col suo rifiuto di accostare l'uscita di scena di De Gennaro agli scempi genovesi, lavorano a un ulteriore allontanamento della nostra polizia dai canoni della democrazia. Legittimano la chiusura corporativa, la copertura degli abusi, l'ostruzionismo alle inchieste giudiziarie, l'omertà e la menzogna applicate con protervia per sei anni. Si annuncia una drammatica sconfitta - e una clamorosa presa in giro (ricordate la promessa elettorale della commissione d'inchiesta?) - per chi, come noi, ha creduto di poter assistere a un recupero della dignità democratica che le nostre istituzioni hanno perduto nelle piazze, nelle scuole e nelle caserme di Genova.
Ciliegina sulla torta: la nomina, come successore di De Gennaro, del prefetto Manganelli, quindi una scelta di continuità, di conferma del blocco di potere che De Gennaro ha costruito al vertice della polizia di stato, con i metodi che abbiamo avuto modo di apprezzare in questi anni. Per la classe politica e in particolare per l'attuale governo, è un'esplicita ammissione di impotenza e anche di vigliaccheria.
L'unico commento è fatto di una parola: vergogna.
DISASTROSO ADDIO
Due parole su De Gennaro indagato, giusto per dire che sce di scena davvero nel peggiore dei modi, accompagnato da un'accusa infamante e lasciando la polizia di stato ai minimi termini quanto a credibilità democratica. Se si fosse dimesso quando era il momento - molto tempo fa - avrebbe salvato almeno la propria onorabilità e reso un buon servizio alla polizia e allo stato.
Qui sotto una breve intervista ripresa dal sito di Carta e il comunicato del Comitato Verità e Giustizia per Genova.
Lorenzo Guadagnucci: "Ma la politica è ancora debole"
di Rosa Mordenti
CREDIBILITA' ZERO
L'uscita di scena di Gianni De Gennaro avviene nel peggiore dei modi sotto tutti i punti di vista. Il capo della polizia lascia l'incarico con un'accusa infamante - l'istigazione alla falsa testimonianza - e con l'istituzione che ha guidato per sei anni la minimo storico di credibilità. Le sole ultime deposizioni al processo Diaz hanno mostrato il degrado morale della polizia di stato, fra dirigenti che rifiutano di rispondere ai pm, un ex questore indagato per falsa testimonianza, mentre l'unico funzionario che offre uno squarcio di verità - la "macelleria messicana" - decide di parlare solo dopo sei anni.
Per anni abbiamo denunciato gli abusi compiuti a Genova e le coperture garantite a chi le ha commesse, chiedendo a più riprese una tempestiva sospensione dei dirigenti imputati e la rimozione del capo della polizia. Non siamo stati ascoltati. Ieri Romano Prodi ha annunciato la fine del mandato di De Gennaro ma senza legarla alla disastrosa gestione del G8 del 2001 e al comportamento tenuto dalla polizia negli anni successivi, con gli ostacoli al lavoro della magistratura, la legittimazione di fatto degli abusi compiuti, le scandalose promozioni dei dirigenti imputati... Prodi non ha fatto un buon servizio alla verità e alla onorabilità della polizia di stato.
De Gennaro si sarebbe dovuto dimettere molto tempo fa; il parlamento avrebbe fatto bene ad approvare subito una commissione d'inchiesta; il presidente del consiglio avrebbe dovuto annunciare un'ampia opera di pulizia nelle forze dell'ordine. Ricordiamo anche a Romano Prodi che a distanza di sei anni dai fatti, ancora nessuno, ai vertici dello stato, ha avuto l'onestà e la lealtà di chiedere scusa alle vittime degli abusi commessi dalle forze dell'ordine.
Comitato Verità e Giustizia per Genova
Genova, 21 giugno 2007
SU DE GENNARO PRODI NON CONVINCE
Romano Prodi ha detto in parlamento che il capo della polizia Gianni De Gennaro lascerà l'incarico al termine del suo settennato. La dichiarazione è singolare. Intanto perché risulta che De Gennaro sia stato nominato nel consiglio dei ministri del 28 maggio 2000, quindi il settennato è scaduto da quasi un mese. Poi c'è da chiedersi che cosa intenda Prodi per settennato: a leggere la Costituzione e le leggi, di settennati ce n'è uno solo ed è quello del presidente della Repubblica. Per il capo della polizia non esiste alcun limite di tempo. Semmai c'è la pilatesca dichiarazione rilasciata qualche tempo fa da Giuliano Amato, ministro dell'Interno, il quale faceva notare quanto fosse poco opportuno avere un funzionario, come appunto De Gennaro, che mantiene il proprio incarico più a lungo del presidente della Repubblica.
La realtà è che De Gennaro ha fatto il suo fisiologico tempo e davvero non poteva restare ancora lì. Ma soprattutto, nell'annunciare la sua uscita di scena, i nostri governanti non vogliono in alcun modo fare riferimento alla questione del G8 di Genova, della sua disastrosa gestione e alla scandalosa condotta seguita dal vertice della polizia successivamente: non sono state prese le distanze dai gravissimi abusi commessi, non sono stati sospesi gli agenti e i funzionari finiti sotto inchiesta e poi processati, alcuni dirigenti imputati sono stati addirittura promossi, le incheiste della magistratura sono state platealmente ostacolate...
La destra, per puro riflesso condizionato, accusa Prodi di avere fatto un regalo alla sinistra radicale. La verità è ben altra: ancora una volta la politica non ha il coraggio di fare la propria parte e di denucniare quanto accaduto a Genova come inaccettabile. Prodi avrebbe dovuto dire - specie dopo il clamore suscitato dalle dichiarazioni di Michelangelo Fournier - che De Gennaro viene avvicendato per videnti ragioni di opportunità. E invece di cavarsela affidandosi alle inchieste della magistratura, avrebbe dovuto dire che sarà cura del governo e della maggioranza fare piena luce sulle responsabilità della polizia di stato e degli altri corpi di sicurezza, al fine di mandare un messaggio di trasparenza e di fiducia sia ai cittadini sia a chi lavora nelle forze dell'ordine.
Prodi ha perso l'ennesima occasione.
IMPOTENTI
Qui sotto ci sono due editoriali usciti su giornali che si leggono solo in Liguria. E' un peccato che abbiano avuto diffusione così limitata perché entrambi toccano il nervo scoperto del caso Genova, e cioè la ferita ancora purulenta causata dalla condotta violenta e anticostituzionale delle forze dell'ordine. Sia su Repubblica-Genova che sul Secolo XIX vengono scritte parole molto chiare, peccato che la classe politica sia del tutto sorda e quindi impotente. Il problema è che tacendo ed evitando d'intervenire quella ferita si imputridisce e tramonta la speranza di ripristinare un rapporto sano fra istituzioni, cittadini e forze di polizia.
G8, quei silenzi senza attenuanti
I servitori dello Stato non hanno scusanti
PIERO OTTONE
Vorrei esporre qui di seguito alcune considerazioni su quel che accadde a Genova nel luglio del 2001, in occasione del G8. Vi furono dimostrazioni violente da parte di estremisti di sinistra: una guerriglia urbana. Il giudizio su tali dimostrazioni può solo essere di condanna, senza attenuanti.
Per quel che mi riguarda, sono piuttosto scettico su ogni manifestazione di piazza, anche su quelle più miti: lo scetticismo diventa esecrazione e sdegno quando i dimostranti commettono violenze, sia che distruggano un negozio, blocchino una strada, o aggrediscano carabinieri e agenti. So che certi estremisti sono capaci di tutto: vorrei che le sanzioni a loro carico fossero severissime. Purtroppo, non sempre lo sono.
Gli eccessi dei dimostranti, o le disfunzioni nell´amministrazione della giustizia, non giustificano tuttavia, mai e poi mai, violenze, percosse, sevizie, quali furono commesse da agenti alla scuola Diaz. Non costituiscono neanche una vaga attenuante. Chi pensa che gli eccessi degli estremisti inducano a chiudere un occhio sugli eccessi della polizia, o a comprenderli sul piano umano, commette un grave errore: mette allo stesso livello gli uni e gli altri, e distrugge, così facendo, il concetto di Stato. Come se il confronto fra le forze dell´ordine e gli estremisti di ogni genere fosse una guerra di bande.
Concetti semplici, mi sembra. Purtroppo, non sempre chiari fra i nostri concittadini. Neanche fra quelli che, servitori dello Stato, dovrebbero averli chiarissimi. Come dimostra il colpevole silenzio che gli alti gradi della polizia hanno mantenuto, per tutti questi anni, sui fatti di allora.
(Repubblica-Genova)
G8, ora la polizia si liberi dalle sue mele marce
MAUROBARBERIS
Ci sono genovesi che, dei giorni del G8, ricordano soprattutto l´anarchia,
i saccheggi, i vandalismi dei black bloc, e che magari si chiedono perché
i giornali diano tanto rilievoalle ammissioni del vicequestore
Michelangelo Fournier sulla «macelleria messicana» compiuta alla scuola
Diaz: per non parlare delle rivelazioni, per certi versi ancora più
inquietanti, del dirigente della Polfer Salvatore Genova al SecoloXIX.
Perché, si staranno forse domandando costoro,i giornali e la magistratura
sono spesso sembrati attribuire maggiore importanza, in questi anni, alle
violenze della polizia che a quelle dei teppisti?Questa domanda ha almeno
tre risposte: una giornalistica, una giuridica e una politica. Dal punto
di vista giornalistico, com´è noto, non fa notizia il cane che morde il
postino, ma il postino che morde il cane. Dunque, non fa notizia che dei
teppisti vengano individuati, processati e condannati, come è pure
successo in questi anni.Fa notizia, invece, che dei poliziotti, guidati
dai più alti gradi delle forze dell´ordine, siano entrati in una scuola in
cui dormivano novantatré ospiti del Comune di Genova e li abbiano
massacrati di botte,mandandone sessantatré in ospedale e tutti gli altri
in galera, cercando poi di giustificarsi introducendo nella scuola due
bottiglie molotov. Dal punto di vista giuridico, ancora, in qualsiasi
democrazia liberale il monopolio della forza, riservato allo Stato, è
circondato di garanzie per i cittadini: già la Magna Charta, nel Duecento,
affermava che nessun uomo libero può essere arrestato e detenuto
arbitrariamente. Orbene, nei giorni del G8, e sotto gli occhi del mondo,la
nostra polizia ha gestito l´ordine in base alla sola regola "deboli con i
forti, forti con i deboli": da un lato ha lasciato fare ai teppisti tutto
ciò che volevano, dall´altro ha pestato pacifisti e consumato vendette
come quelle della Diaz e di Bolzaneto. Come stupirsi se, quanto a
legalità, nel mondo si assimila ormai l´Italia alla Turchia? Dal punto di
vista politico, infine, tutelare l´ordine pubblico è il primo compito del
governo: se le forzedell´ordine, oltre a non riuscire a garantire la
sicurezza, si rendono protagoniste di gravi violazioni della legalità,
allora è il governo che deve risponderne dinanzi al Parlamento.Se un
decimodi quel che è accaduto a Genova nel 2001 fosse accaduto
nell´Inghilterra di Blair o nella Francia di Sarkozy, l´indomani il
ministro dell´Interno, e forse l´intero esecutivo, si sarebbero presentati
in Parlamento con la cenere in testa e i ceci sotto le ginocchia.
Sarebbero volati stracci e saltate teste. Soprattutto sarebbero scattati
provvedimenti disciplinari che da noi si aspettano ancora. La
responsabilità politica di quanto è avvenuto in quei giorni, certo, spetta
al governo di allora, che iniziò in questo modo sgangherato un quinquennio
finito anche peggio.Ma la responsabilità di quanto avviene oggi spetta al
governo in carica: a una maggioranza che aveva nel proprio chilometrico
programma anche una Commissione d´inchiesta sui fatti del G8, e che invece
ha saputo soltanto approvare, con la decisiva complicità dell´opposizione,
un provvedimento di indulto che eviterà comunque la galera a tutti,
guardie e ladri, sempre ammesso che i processi contro gli uni e gli altri
finiscano prima che scatti la prescrizione. A Genova, d´altra parte, non
ci sono solo i cittadini che, del G8, ricordano esclusivamente le violenze
dei black bloc. Ci sono anche gli abitanti diAlbaro svegliati nel cuore
della notte dalle urla dei ragazzi martirizzati della Diaz.Ci sono anche
coloro che hanno chiesto inutilmente aiuto alla polizia contro i teppisti,
e poi magari si sono ritrovati, loro, a soccorrere pacifisti manganellati
in un portone.Ci sono tutti coloro che, qualche tempo dopo, hanno rieletto
con una maggioranza del sessanta per cento il sindaco Giuseppe Pericu, che
in quei giorni, ha saputo dare voce all´indignazione di tutta la città. E
questi genovesi si aspettano alcune cose, che si possono fare subito. Ad
esempio, si aspettano che i sindacati di polizia, invece di prendersela
con chi ha avuto il coraggio di rompere il muro dell´omertà, comincino a
prendersela con quanti tacciono da sei anni.Ancora, si aspettano che le
promozioni regalate a tutti i responsabili di quei giorni,salvo a quelli
che hanno parlato, siano immediatamente revocate. Infine, si aspettano che
siano le stesse forze dell´ordine a fare pulizia nei propri ranghi, senza
aspettare i provvedimenti della magistratura: liberandosi di tutti coloro
che, in quei giorni, hanno disonorato la loro divisa.
(Il Secolo XIX)
INUTILI BATTIBECCHI E SOLITE LITANIE
L'altra sera a Primo piano su Rai 3 c'era la possibilità di lanciare qualche messaggio nella palude della politica e dell'informazione, nel pieno del putiferio scatenato dalla deposizione al processo Diaz di Michelangelo Fournier. E' un putiferio che rischia di passare senza lasciare traccia: dai politici si è ascoltata la solita litania sulla commissione parlamentare d'inchiesta, ma senza alcun impegno concreto (munito di scadenze e tutto il resto); il capo della polizia De Gennaro ha finta di niente come al solito; il ministro Amato è riuscito a tacere e a non muovere dito anche stavolta (ma è ancora vivo?)
Comunque, l'altra sera si è avuta l'ennesima sconcertante prova della pochezza, della debolezza, dell'insignificanza del sistema italiano dell'informazione. Per una volta si discuteva a una trasmissione abbastanza seguita (Primo piano appunto) dei processi in corso a Genova, e si dava voce anche a persone normali (il sottoscritto e Giuliano Giuliani). E invece niente: è bastato che un la Russa qualunque si esibisse nella sua solita provocazione urlata per spaventare il conduttore e mandare tutto all'aria.
La scaletta che il giornalista presente a Genova aveva esposto a me e a Giuliano prima della trasmissione prevedeva all'inizio i nostri brevi interventi (come e' stato), poi gli interventi dallo studio di La Russa e Migliore, con le registrazioni della deposizione di Fournier, quindi un servizio su quanto accaduto alla Diaz, poi un'intervista registrata a Agnoletto, infine la chiusura di nuovo da Genova con le nostre conclusioni. E' andata come si è visto, con un inconcludente battibecco fra La Russa e il conduttore (che pareva preoccupato di non farsi rimproverare dal depuutato di An) e le affermazioni a quel punto marginali di Gennaro Migliore.
Cascano le braccia. Oltretutto per parlare un minuto e assistere a uno spettacolo così penoso, ho passato ore e ore in treno per Genova e rinunciato a un fine settimana a Lecce ...
MACELLERIA ITALIANA
(da aprileonline.info)
Il dottor Michelangelo Fournier, per definire quel che vide dentro la scuola Diaz, ha usato l'espressione "macelleria messicana". L'attuale ministro degli Esteri, sei anni fa alla Camera, parlò di "notte cilena". Si ricorreva e si ricorre ancora agli esotismi sudamericani, ma la realtà purtroppo è un altra: alla Diaz fu una "mattanza italiana", come è ben noto in tutta Europa. Fu una "mattanza italiana" perché in questi sei anni è stata coperta, avallata, in certi momenti e da certi personaggi anche rivendicata. Fournier ha detto in tribunale di avere taciuto finora su quanto aveva visto per "spirito di appartenenza", ed è proprio questo il punto.
Quella notte alla Diaz, e più in generale nei giorni di Genova, lo stato di diritto fu accontanto, la Costituzione fu platealmente calpestata. Uno "spirito di appartenenza" correttamente inteso, avrebbe dovuto spingere non solo Fournier a parlare subito, ma il capo della polizia a chiamare a rapporto i responsabili del blitz, il ministro degli Interni a chiederne la sospensione dei dirigenti coinvolti nell'operazione, il capo del governo a domandare scusa ai 93 pestati ed arrestati ingiustamente, il parlamento ad avviare una commissione d'inchiesta.
Ci ritroviamo invece, a sei anni di distanza, col capo della polizia ancora al suo posto, coi funzionari imputati che sono stati nel frattempo promossi, col parlamento che tiene in un cassetto il progetto di commissione d'inchiesta e con la classe politica che fa finta di niente. Possibile che il ministro degli Interni non abbia niente da dire? Possibile che nessuno si senta in dovere di dare spiegazioni, di chiedere scusa? Alla scuola Diaz, il 21 luglio di sei anni fa, la polizia di stato ha perso la faccia, in tribunale sta perdendo anche l'onore. In questi mesi hanno sfilato in aula decine di vittime-testimoni che hanno tutti descritto la stessa cosa: un pestaggio violento e ingiustificato, una spedizione punitiva indegna di un paese civile. E' tutto passato sotto silenzio e nessuno dei dirigenti di polizia imputati si è sentito finora in dovere di presenziare alle udienze, come se un processo così grave e delicato non meritasse la loro attenzione.
Lorenzo Guadagnucci, Comitato verità e giustizia per Genova
QUALCUNO CI SPIEGHI
Fra le persone arrestate durante le manifestaizoni contro Bush, c'era anche Chiara, studentessa e attivista a Firenze. In rete è girato un comunicato in cui si denunciava il fatto che Chiara è stata malmenata dagli agenti che l'hanno fermata. La stessa Chiara ha confermato le percosse davanti al giudice che ha convalidato gli arresti e contestualmente ordinato le scarcerazioni.
"Ho segni e lividi dappertutto- ha detto Chiara - , e forse una mano rotta. Eppure non ho tirato alcun sasso". Qualcuno, per favore, vuole dare una spiegazione? Ci sarà un caposquadra, un questore, un sottosegretario, un ministro che voglia approfondire questa denuncia? O dobbiamo constatare che riempire di manganellate una persona sta diventando una cosa normale, da fare alla luce del sole senza avere nulla da temere?
SOSPENSIONI MANCATE
Come qualcuno avrà saputo dai giornali, a Genova è stato arrestato (domiciliari in caserma) un agente accustao di avere violentato due giovani prostitute e di averne molestata un'altra, Le ragazze erano nelle celle della questura utilizzate per i fermi: il poliziotto era l'addetto alla custodia. E' una bruttissima storia. Che diventa ancor più inquietante se si considera che l'agente in questione è imputato al processo per i fatti di Bolzaneto avvenuti nel luglio 2001. In particolare è accusato da un cittadino che fu fermato per strada e condotto nella caserma di avergli violentemente divaricato due dita di una mano, fino a provocare la lacerazione della pelle.
Ferma restando la presunzione d'innocenza, il caso sembra una triste conferma che in certe occasioni non è ammissibile sfuggire all'elementare regola di sospendere gli agenti imputati per gravi fatti, in attesa che questi siano accertati. Nello stesso giorno in cui è comparsa la notizia di quest'arresto, in tribunale si presentava Vincenzo Canterini, imputato al processo Diaz e promosso nel frattempo questore. Ecco un resoconto dell'udienza.
ROSTOCK, COM'E' LONTANA PORTO ALEGRE
Quel che stupisce, dei recenti fatti Rostock con gli scontri black bloc-polizia, è l'assoluta teatralità e prevedibilità degli eventi. Come a uno spettacolo preparato a tavolino ma con un'incertezza: non è stato detto in anticipo quando si sarebbero scatenati i disordini e solo all'ultimo momento si è capito che la decisione era stata quella di attendere la fine del corteo. Che lo scontro vi sarebbe stato, s'intuiva dal fatto che gli attori erano tutti sul palcoscenico: 16 mila agenti da una parte, un bel gruppo di "black bloc" dall'altra. E' come a una gara sportiva: le squadre sono in campo e aspettano solo il fischio d'inizio. Come si è visto il fischio è arrivato a fine corteo, durante il concerto. Come al solito il ruolo dlel'arbitro è stato ricoperto da una delle parti in causa, la polizia, che è entrata in aizoni con arresti e botte, ha scatenato la reazione dei "neri" e poi via come al solito con pietre, manganelli e arresti.
Finita la sceneggiata restano parecchie domande sul tappeto. A chi giova tutto questo? Perché i "neri" si prestano a questi giochi? Perché i movimenti genuini non protestano contro questi spettacoli e non fanno nulla per contrastarli? Vittorio Agnoletto, in un articolo sull'Unità di oggi, scrive quasi sconsolato: "Le provocazioni delle forze dell'ordine tedesche e le azioni di pochi facinorosi hanno impedito di svelare al mondo che i "re del G8" sono nudi". E' così, visto che Rostock ha fatto notizia solo per gli scontri. E c'è di più: si è legittimata una volta di più che la contestazione al G8 (e a Bush e al "modello di sviluppo" che si pretende unico e privo d'alternative) è portata avanti da gruppuscoli di scalmanati, piuttosto violenti e fondamentalmente privi di argomenti. Com'è lontana Porto Alegre.
LA MINISTRA TURCO SI ACCODA
La stupefacente proposta del ministro Turco, che vuole inviare i carabinieri dei Nas nelle scuole per vigilare sull'eventuale consumo di droghe da parte degli studenti, dà la misura della svolta repressiva e autoritaria che le forze politiche di centrosinistra intendono imprimere alla propria azione di governo. Il ministro pensa di combattere il consumo di droga facendo ispezioni negli istituti, e più avanti, di fronte a nuovi casi di cronaca circa l'uso di droghe, dirà che ci vogliono controlli più assidui, presenza di vigili e poliziotti più massicce, azioni repressive più decise e così via.
La seduzione sarkozista ha fatto da acceleratore e si assiste a una gara a chi 'rassicura' di più. Rassicurare, in questa chiave, significa mostrare, da parte di esponenti della cultura democratica, che c'è stato un superamento di quei valori che finora distinguevano la destra dalla sinistra. Ordinare ispezioni indiscriminate nelle scuole, sulla base del presupposto che esiste un rischio e che va represso prima ancora che si manifesti, è una chiara espressione autoritaria, che segue di pochi giorni la campagna sul razzismo democratico, quella sulla sicurezza (coi patti fra ministero degli interni e sindaci e l'espulsione dei rom da Roma), l'ultima sull'antipolitica, che è in realtà una manovra per invocare un accentramento di poteri nelle mani degli attuali potenti.
ROM PERSEGUITATI E BUONISTI A INTERMITTENZA
In un'intervista pubblicata da Repubblica, Alexian Santino Spinelli, musicista e docente italiano di origine rom, spiega con persuasive argomentazioni come le comunità rom continuino a essere emarginate e perseguitate in tutta Europa, come avviene da secoli: nemmeno la tragedia di Auschwitz (500 mila rom eliminati) è servita a invertire la rotta.
L'ultima notizia è compresa negli inquiteanti "patti per la sicurezza" firmati fra il governo e i sindaci delle pricnipali città italiane: sono accordi che prevedono maggiori controlli (più telecamere), più repressione e un allontanamento dalle città delle potenziali "fotni di problema". A Roma, nello specifico, si è arrivati a decidere che i rom dovranno finire fuori del raccordo anulare, inteso come moderna muraglia che separa i "cittadini" dai "barbari". C'è anche la beffa: i quattro campi extra raccordo saranno chiamati "villaggi della solidarietà". Ma quel che risulta incredibile, è che si continua ancora - a dispetto di conoscenze ormai diffuse - a definire rom, sinti e profugli dall'est Europa come nomadi. Anche il buonista sindaco Veltroni finge di non sapere.
Dice Santino Spinelli nell'intervista al giornale di riferimento del partito democratico del sindaco di Roma: "Io credo che ci si dovrebbe vergognare anche solo a parlare di campi, regolari o no. [...] Servono case, lavoro, istruzione. In una parola, diritti [...] L'accampamento faceva parte della cultura di alcuni di noi ma solo fino all'800. Noi rom da secoli abitiamo nelle case e vogliamo continuare a farlo. Tanti pensano: gli zingari vanno da una terra all'altra perché questo è il loro desiderio. E' un falso storico. I romanì sono stanziali. Nomadi sono i tuareg e i berberi, non i rom. I nostri nomadi hanno cominciato il nomadismo perché spinti dalla persecuzione. E la persecuzione continua anche oggi, e anche in Italia, perché nel 2007 non si possono proporre 'campi attrezzati'".
Ma sindaci e ministri probabilmente leggono solo le partie dei Repubblica (preponderanti) dedicati all'allarme sicurezza e ai patti polizieschi.
NIENTE INDIZI, DEV'ESSERE TERRORISMO
Avendo ormai sfondato quasi tutti gli argini che un tempo impedivano forzature in senso securitario e sostanzialmente razzista (la Lega, sul piano culturale, ha vinto la sua battaglia), può accadere che un vice ministro dell'Interno - appartenente a una formazione che si colloca ancora nel centrosinistra pur avendo compiuto un lungo percorso di allontanamento dalla complessa tradizione del comunismo italiano - nel rispondere a un'interrogazione sul dirottamento di un bus, compiuto nei giorni scorsi da tre persone poi arrestate, arrivi a dire che non ci sono indizi "ma non si può escludere che si tratti di terrorismo".
L'affermazione contraddice ogni evidenza e verrebbe da chiedere all'onorevole Minniti - è lui che ha esposto la posizione del governo a Montecitorio - se per caso non abbia informazioni segretissime e così dirompenti da contraddire quel che si è visto sul campo: che c'entra il terrorismo? In che modo è legato a un'azione che ssembra a tutti, investigatori compresi, un atto di delinquenza comune? E che logica ha: non abbiamo indizi, quindi non si può escludere il terrorismo? Si può dire la stessa cosa di qualsiasi argomento: perché escludere allora l'ipotesi che dietro il dirottamento ci sia Cosa Nostra? O la mafia cecena?
La tragica sensazione è che Minniti, e tanti politici come lui, agiscano così, probabilmente senza crederci, perché hanno il terrore panico di essere accustai da alcuni media, ormai la maggioranza, che trattano la cronaca nera come un scure da politica con cui avventarsi contro sindaci e governanti, specie se di centrosinistra, per accusarli di 'buonismo', di non fare nulla per tutelare la sicurezza delle città e proteggere i cittadini eccetera eccetera. I politici in genere abboccano, al punto che la retorica securitaria e spesso razzista, un tempo prerogativa della destra xenofoba, ha superato tutti i confini. Governare con lo strumento della paura è ormai una prassi, data quasi per scontata a destra come a sinistra.
Qui sotto c'è l'editoriale che apre l'edizione odierna (venerdì 18) di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista. Lode a Piero sansonetti, il direttore, attentissimo ai temi dei diritti civili, delle libertà politiche, dell'eguaglianza fra le persone. Ma viene molto spontaneo fare quest'amara considerazione: dove sono i liberali? Di che misera pasta è fatto il liberalismo italiano?
da Liberazione
Il governo ha risposto alle interpellanze sul sequestro del bus di Novara, da parte di alcuni ragazzi albanesi. Ha detto di non poter escludere la finalità terroristica, anche se al momento non ci sono indizi. Noi non sappiamo quali siano gli elementi sui quali si fondano le dichiarazioni del governo, però osserviamo che non è normale sostenere una ipotesi sulla base di nessun indizio. Forse conveniva prima mandare avanti le indagini e poi usare parole così pesanti. Anche perché già si sa che queste parole saranno amplificate dalla stampa, si creerà allarme, preoccupazione di massa. In questo modo si soffia sul fuoco di quel sentimento diffuso che i sociologi e i politici, coniando un orrendo neologismo, chiamano "securitarismo". Che vuol dire? Semplicemente richiesta di ordine, legge, repressione. Più polizia, più controlli, riduzione delle libertà, persecuzione della piccola illegalità. E' un meccanismo tradizionale che esalta il potere e sposta il consenso. Migliora l'adesione di massa al potere, riduce l'autonomia della società, punisce le fasce più deboli, in gran parte prive di qualunque capacità di autodifesa e persino di rappresentanza politica. Il "securitarismo" è la versione moderna e meno cruenta della pratica del linciaggio, che era - nell'America dell'Ottocento e del primo Novecento - uno dei meccanismi fondamentali che regolava il rapporto tra giustizia e consenso.
In questi giorni assistiamo a una straordinaria esibizione di securitarismo. I giornali - paradossalmente quelli di orientamento di centrosinistra più ancora di quelli di destra - hanno messo in piedi un meccanismo forte e sperimentato. Costruito su un legame a "doppia entrata" con il potere politico. I giornali creano allarme, il potere politico rilancia l'allarme, i giornali chiedono rimedi, il potere politico propone rimedi drastici. Perché questo meccanismo funzioni è necessario tagliare il legame tra informazione e realtà. Così sui nostri giornali, e nel nostro dibattito politico, viene descritta una situazione sociale completamente diversa da quella reale. In che modo? Semplicemente scegliendo alcuni episodi, frequenti, di cronaca nera, amplificandoli e usandoli come elemento centrale di informazione e dibattito politico. Esempio: quanti delitti ordinari avvengono ogni giorno? Quanti omicidi sul lavoro? Quanti stupri in famiglia? Risposta: circa un delitto al giorno, circa tre omicidi sul lavoro, circa una quindicina di stupri in famiglia. Dalla lettura dei principali giornali italiani noi riceviamo l'impressione opposta: che i delitti ordinari siano almeno cento volte più frequenti degli omicidi sul lavoro, e che gli stupri commessi da extracomunitari (statisticamente irrilevanti) siano dieci volte più di quelli commessi dagli italiani.
Questa ondata di "forcaiolismo" porta a due risultati. La "sospensione" della corretta informazione (che ci porta anni luce al di sotto dei livelli della grande stampa occidentale) e la riduzione drastica degli spazi di libertà e di democrazia. Troveremo le forze per opporci?
LA "SICUREZZA DI SINISTRA"
Con riferimento alla campagna di Repubblica sul tema della sicurezza, con l'inopinata apertura ad argomentazioni razziste e a soluzioni autoritarie, vale la pena leggere questo intervento di don Vinicio Albanesi, uno dei fondtaori della comunità di Capodarco. L'intervento è comparso sul blog di don Vinicio nel sito dell'agenzia Redattore sociale ed è stato pubblicato dal quotidiano Liberazione.
don Vinicio Albanesi
In merito alla lettera di Claudio Paverini che il quotidiano la Repubblica ha pubblicato due giorni fa in evidenza (carta stampata e on line) sul rischio del razzismo, con tanto di forum, credo si debba essere molto espliciti, considerata il tema che ha affrontato e l'eco che ha avuto.
La lettera inizia con "sono di sinistra", termina con "… non voglio e mi opporrò con tutte le mie forze al dagli allo straniero. Ma voglio legalità, voglio la cultura della legalità in questo benedetto Paese, voglio che chi sbaglia paghi."
Al di là della propria definizione ideologica, l'interlocutore e insieme Corrado Augias, vanno in corto circuito. Vogliono un popolo di immigrati bravi cittadini, come alcuni (non tutti) abitanti del nostro paese, senza chiedersi il perché di comportamenti scorretti e irriguardosi.
La prima domanda è perché si parla dei cattivi comportamenti degli stranieri. Logica avrebbe voluto che si aprisse una discussione sul male (fisico e morale) caratteristico della nostra società. Il confronto si sarebbe allargato sul perché delle manifestazioni del male di oggi. E invece no. L'interlocutore se la prende con gli stranieri. La convinzione è evidente; sembra dire: "visto che siete ospiti, dovreste essere riconoscenti, comportandovi bene". Una convinzione molto diffusa e sentita.
Il razzismo è già in atto, perché interpreta l'immigrazione come un dono. Cosa che in Italia non avviene, considerato il fatto che solo chi è sano, forte, lavora può chiedere e ottenere ospitalità. Si accentuano le concessioni, si dimenticano le richieste. Che io ricordi solo l'esilio di molti vietnamiti permise un'accoglienza relativamente gratuita in Italia. Infatti lo Stato concesse asilo, ma certo non mantenne quelle popolazioni che dovettero darsi da fare per sopravvivere.
L'atteggiamento del benefattore in cattiva fede ha attraversato molta storia dell'occidente: dallo schiavismo, al colonialismo, alle varie forme di dominio. L'operazione intellettuale, oltre che pratica, è facile. Il forte giustifica la sua ingiustizia non ponendosi in termini di parità con l'altro, ma di superiorità nei confronti di chi considera povero, selvaggio, ignorante. Non riconosce a lui dignità, ma chiede solo doveri, perché ha già deciso che la sua ricchezza, sapienza e civiltà non possono (né debbono) avere confronti.
La stessa logica quando chiede legalità. Il rispetto delle regole è più stringente per chi non ha diritti, dimenticando che per esigere legalità occorrerebbe dare legalità. Senza giri in Italia e in Europa la legge non è uguale per tutti come sta scritto nelle aule dei tribunali. Quale donna italiana lavora 24 ore al giorno, per sei giorni, per un migliaio di euro al mese? Nessuna: in Italia ne abbiamo una milionata. Quale operaio generico italiano lavora nell'edilizia o nell'agricoltura per tre o quattro euro all'ora? Nessuno e ne abbiamo qualche centinaia di migliaia. Perché si permette che delle minorenni straniere si prostituiscano senza che il cliente subisca alcuna conseguenza penale? Perché i Comuni tollerano che si affittino case fatiscenti, in nero, a prezzi esorbitanti? La lista potrebbe allungarsi.
Queste ingiustizie non sono ritenute illegalmente gravi, perché hanno giustificazioni gratuite. Prima di tutto perché l'illegalità spesso è figlia di furbizia, ma soprattutto perché tali ingiustizie sono rivolte a chi non ha capacità di far valere i propri diritti.
In compenso si appella alla legalità. Quale legalità, se alcune leggi sono esse stesse illegali? Immaginate che sia possibile che una nostra ragazza assista un anziano per 144 ore di filato la settimana?
La conclusione è chiara: solo offrendo legalità si può esigere legalità.
A me sembra che destra e sinistra si stiano accartocciando al "centro" dove regna un antico adagio: "sii esigente con gli schiavi, perché tu appartieni a un popolo nobile, garante di giustizia".
Peccato che questo adagio sia falso, perché considera il debole come schiavo.
REPUBBLICA, IL RAZZISMO, LA "SICUREZZA" E LA NUOVA CAMPAGNA
L'edizione di Repubblica di lunedì 7 maggio è oiuttosto scioccante. In prima pagina pubblica l'intervento di un lettore sotto il titolo "Aiuto, sono di sinistra ma sto diventando razzista". L'articolo è piuttosto allarmante perché sciorina una serie di episodi (una slava che insulta un'anziana in autobus, una "ragazza di colore" che fa altrettanto, due "zingarelle" che rubano) e di considerazioni ("se io stuprassi una giovane araba a Casablanca o alla Mecca, che mi succederebbe") che vengono presentate come normali consideraizoni da "uomo della strada", ma che hanno - appunto - un evidente contenuto razzistico, non foss'altro per il fatto di sottendere una certa propensione "etnica" di slavi e neri a insultare, zingari arubare, i marocchini o gli arabi a stuprare...
Questa lettera serve naturalmente a esporre le posizioni di Repubblica, e cioè la sicurezza non va lasciata alla destra, la legalità è un valore di sinistra eccetera eccetera. La questione, in realtà è mnolto semplice: Repubblica indica al centrosinistra un nuovo terreno d'azione, con una campagna a tutto campo sulla sicurezza, contro l'immigrazione, insomma i temi della destra. L'intervento del lettore, in definitiva, serve a sdoganare certi argomenti e certi presunti dubbi sulle caratteristiche degli immigrati (slavi e neri che insulatno, zingarelle che rubano eccetera).
L'operazione politico-culturale si completa con una trattazione del successo elettorale di Sarkozy, sullo stesso numero di giornale, assolutamente simpatizzate col capo delle destra francese, definito in patria il "primo poliziotto di Francia". E' l'uomo che di fronte all'esplosione delle banlieues ha definito feccia chi abita in quei luoghi e osa manifestare il suo disagio (magari in modo non adatto ai salotti buoni dle centro città). Ma il cuore di tutto è l'intervista al ministro degli Interni Giuliano Amato, che fa un altro esplicito peana a Sarkozy e al suo uso del tema della sicurezza e dell'immigrazione a fini elettorale. La perla dell'intervista è questa: "Sarkozy ha affermato l'esigenza di una grande difesa dalla criminalità e dalle invasioni straniere, ma senza escludere affatto l'opportunità delle regolarizzazioni caso per caso". Romano Prodi, il giorno dopo, ha spiegato: "Non possiamo continuare ad avere immigrazione di residuo. Dobbiamo scegliere gli immigrati di cui abbiamo bisogno". Il premier vuole solo lavoratori qualificati.
Dall'insieme di questi articoli dobbiamo probabilmente dedurre che non sono ammessi operai, braccianti e simili, e probabilmente neanche gli slavi e i neri (insultano), gli zingari (rubano), i marocchini e i sauditi (stuprano), insomma niente residui umani, solo lavoratori che ci servono. E' partita la campagna elettorale e se queste sono le premesse, si salvi chi può.
GENOVA G8, IL MINISTERO CONDANNATO
La notizia, ignorata da tutte le testate nazionali, è che il ministero dlel'Interno è stato condannato a pagare un risarcimento a una dottoressa triestina, Marina Spaccini, che durante il G8 di Genova del 2001 fu pestata per strada senza alcun motivo da un gurppo di poliziotti, nell'ambito di una delle cariche indiscriminate che furono realizzate dalle forse dell'ordine. Come si legge nell'articolo, uscito sull'edizione genovese de La Repubblica (che ha reputato evidentemente la notizia poco interessante per le pagine nazionali e quindi per i lettori al di fuori della Liguria), il magistrato ha precisato che non si trattò di eccessi individuali di quetso o quel poliziotto, al di fuori delle consegne ricevute, ma di azioni deliberate e preordinate, per quanto del tutto estranee al modo d'agire che dovrebbe essere proprio di strutture che agiscono nell'ambito della legalità costituzionale..
E' una sentenza importante, perché 'certifica', per quanto solo relativamente a un episodio, ciò che con grande fatica in molti stiamo cercando di far sapere al paese, e cioè che a Genova furono violate ripetutamente, e sistematicamente, dalle forze dell'ordine i principi cardine della convivenza democratica. Il paese non lo sa, perché ubriacato dalla visione di comodo offerta da quasi tutti i media e ben volentieri accettata dal ceto politico, oltre che dalle stesse forze dell'ordine. Secondo questa visione a Genova si ebbe una sorta di rivolta di gruppi estremisti e le forze dlel'ordine, sotto attacco, furono costrette a reagire: solo in qualche caso isolato ci sarebbero stati degli eccessi. Questa sentenza potrebbe fare aprire gli occhi a qualcuno (ammesso che uno arrivi a saperlo)
Prima condanna per le violenze delle forze dell´ordine contro i manifestanti: "Non furono iniziative isolate"
G8, condannato il Ministero
Missionaria picchiata, risarciti invalidità e danni morali
"Ho solo ottenuto quello che attendevo da 6 anni: giustizia"
MASSIMO CALANDRI
LA PRIMA condanna nei confronti del Ministero dell´Interno per le illecite e gratuite violenze dei suoi poliziotti è arrivata nei giorni scorsi, e cioè circa sei anni dopo la vergogna del G8 genovese. Ma le parole con cui il giudice istruttore Angela Latella ha motivato la sua decisione rinfrescano
Il tribunale del capoluogo ligure ha dato ragione a Marina Spaccini, pediatra cinquantenne di origine triestina, pacifista che per quattro anni ha lavorato in due ospedali missionari del Kenia. Alle due del pomeriggio del 20 luglio, era il 2001, venne pestata a sangue in via Assarotti. Partecipava alla manifestazione della Rete Lilliput, era tra quelli che alzava in alto le mani dipinte di bianco urlando: "Non violenza!". Gli agenti e i loro capi avrebbero poi raccontato che stavano dando la caccia ad un gruppo di Black Bloc, che c´era una gran confusione e qualcuno tirava contro di loro le molotov, che non era possibile distinguere tra "buoni" e "cattivi": bugie smascherate nel corso del processo, come sottolineato dal giudice. I cattivi c´erano per davvero, ed erano i poliziotti che a bastonate aprirono una vasta ferita sulla fronte della pediatra triestina. Dal momento che quegli agenti, come in buona parte degli episodi legati al vertice, non sono stati identificati, Angela Latella ha deciso di condannare il Ministero dell´Interno. La cifra che verrà pagata a Marina Spaccini non è certo clamorosa - cinquemila euro tra invalidità, danni morali ed esistenziali - , ma il punto è evidentemente un altro.
«Se risulta chiaramente che la Spaccini sia stata oggetto di un atto di violenza da parte di un appartenente alle forze di polizia - scrive il giudice - , non si può neppure porre in dubbio che non si sia trattato né di un´iniziativa isolata, di un qualche autonomo eccesso da parte di qualche agente, né di un fatale inconveniente durante una legittima operazione di polizia volta e riportare l´ordine pubblico gravemente messo in pericolo». Perché l´intervento della polizia non fu «legittimo», è ormai abbastanza chiaro. Lo hanno confermato i testimoni e in un certo senso gli stessi poliziotti e funzionari, con le loro contraddizioni: «Gli aggressori erano diverse decine; l´ordine era di caricarli, disperderli ed arrestarli», hanno detto, interrogati. Ma poi risulta che furono arrestati solo due ragazzi (non feriti), la cui posizione fu in seguito peraltro archiviata.
La pacifista era assistita dagli avvocati Alessandra Ballerini e Marco Vano. Il giudice ha sottolineato come fotografie e filmati portati in aula «siano stati illuminanti»: «Si vedono ammanettare persone vestite normalmente; più poliziotti colpire con i manganelli una persona a terra, inerme.
Lavoro-Repubblica (edizione genovese di la Repubblica)
STOP ALLE CRONACHE
Ci sono atti, in questo caso che leggim, che sfuggono all'attenzioni dei più, anche per la stanchezza e la rassegnazione dei media, sempre più fiacchi e sempre più complici di poteri economici e politici che sono ben contenbti di trovare campo aperto. Il provvedimento di cui si parla qui sotto, in un intervento scritto per la corrente sindacale "Senza Bavaglio" del sindacato dei giornalisti, fa riferimento a una legge approvata alla camera (ora dovrà passare al vaglio del senato) con il voto di maggioranza e opposizione (con sette astenuti e nessun voto contrario). Le limitaizoni della libertà sono sempre più frequenti e così vistose da non essere notate...
Mi pare che la nuova normativa sulla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche segni un nuovo, grave passo indietro nei rapporti fra stampa e potere. Quando fu introdotto il nuovo codice penale, ricordo che nelle redazioni vennero fatti brevi corsi, da parte principalmente di avvocati, per istruire i cronisti sulla condotta da tenere per non incappare nei rigori della legge e nel rischio di querele trattando di vicende giudiziarie.
C'era da capire la nuova figura dell'indagato, c'erano regole sulla possibilità di pubblicare atti dell'inchiesta e sulla facoltà di riassumerne il contenuto, e così via. La salvaguardia del diritto di cronaca era considerato un "bene pubblico" e come tale fu trattato, con risultati tutto sommato dignitosi. E' un fatto che il punto d'equilibrio sul diritto di cronaca è un'immancabile 'lotta' fra la completa trasparenza inseguita dal cronista e la voglia di tenere tutto nascosto tipica dell'imputato. I poteri costituiti, storicamente, si sentono più vicini alle ragioni degli imputati, in quanto vedono nella magistratura e nella stampa dei poteri antagonisti: non a caso si parla di terzo e quarto potere. Le ragioni addotte per limitare il diritto di cronaca sono numerose e variano nel tempo: dalla presunzione d'innocenza alla privacy, dall'interesse di stato... allo scontro di civiltà.
Negli ultimi anni anni i poteri hanno conquistato molto terreno e compiuto tentativi più o meno riusciti in varie direzioni (penso alle norme anti-informazione contenute nella riforma dei codici penali militari progettata dal centrodestra, e la stessa legge sulla privacy, che spesso diventa un motore di autocensura per i media). La norma sulle intercettazioni approvata alla Camera, con le regole ferree che introduce e le pesanti sanzioni previste, rischia d'essere il risultato più importante conseguito in questa lotta impropria contro il diritto di cronaca. Se non ho capito male, si limita di molto - fino alla conclusione delle indagini preliminari - la possibilità di pubblicare gli atti (tutti gli atti, non solo le intercettazioni) presenti nel fascicolo dei pm: non sono un esperto di giudiziaria, ma mi sembra questa la parte più incisiva della controriforma. Poi ci sono una serie di altre regole che vogliono limitare le intercettazioni da parte delle procure, quando è noto che nel paese dei telefonini questo è ormai il principale strumento di lavoro di chi fa le inchieste.
Il pretesto usato per questo giro di vite è la pubblicazione sui giornali di trascrizioni di intercettazioni a tutto campo: a volte di indagati ma anche di non indagati; di parlamentari e loro accoliti (da Consorte-Fassino a Vittorio Emanuele, al dirigente Rai di An del quale non ricordo il nome) e di vallette e attori più o meno conosciuti; su fatti di rilievo penale ma anche su puro gossip e questioni private di questo o quello.
E' stato facile sostenere, di fronte all'opinione pubblica, che bisogna mettere un limite a tutto questo, ed ecco il progetto Mastella con voto rigorosamente bipartisan (fra parentesi, in questi tempi malati dire che una cosa è bipartisan è diventato quasi una riprova di bontà, mi pare invece che sia quasi sempre un indizio che deve rendere sospettosi). Non si può negare che debba esserci un limite alla pubblicazione degli atti, e che ogni persona ha diritto alla riservatezza e alla tutale della propria dignità (in misura naturalmente variabile in funzione del ruolo pubblico eventualmente ricoperto). Ed è vero che negli ultimi anni il mondo dell'informazione ha progressivamente assottigliato - se non abbattuto - il confine fra informazione buona e informazione morbosa, fra notizie d'interesse pubblico e gossip. In passato, per dire, la vita di privata di un Craxi o di un Occhetto, che pure credo avessero vite familiari e sentimentali piuttosto movimentate, non interessavano la grande stampa d'informazione e semmai erano materia per i giornali di gossip; oggi le gite in barca di un Casini o le ospiti di villa Berlusconi diventano notizie (e vogliamo chiamarle così) da prima pagina.
L'autoregolamentazione invocata dalla Fnsi e dall'Ordine dei giornalisti è sacrosanta, ma la categoria arriva a questo appuntamento con colpevole ritardo, e dopo avere infranto alcuni argini culturali che hanno tenuto fino a poco tempo fa. La sensazione è che si debba andare a una seria rifondazione dell'etica e della deontologia professionale, lavando stavolta i panni sporchi in pubblico. Non basta invocare l'autoregolamentazione se al tempo stesso non si riconosce il ritardo che si è accumulato e non si avvia un'operazione culturale che esca dai circoli ristretti delle sedi sindacali e dai dibattiti chiusi all'interno della categoria. Andrebbe denunciato lo scadimento generale dell'informazione, che ha contagiato ormai le grandi testate nazionali: se non si affronta questa questione, ogni risposta sarà debole e poco credibile.
Nell'immediato, evidentemente, è giusto battersi contro questa legge, mettendo a nudo tutti i retroscena, che hanno molto a che fare con l'eterno desiderio degli uomini di potere di non essere messi sotto processo (né giudiziario, né mediatico, né elettorale): in questo senso mi pare che il punto più grave non sia paradossalmente la questione delle intercettazioni, ma il divieto tout court di pubblicare certi atti (anche in forma parziale o riassunta) fino alla conclusione delle indagini preliminari. Non sarà che il cosidetto scandalo delle intercettazioni sta diventando il cavallo di troia per mettere il bavaglio alla cronaca giudiziaria in quanto tale?
Lorenzo Guadagnucci
(Senza Bavaglio)
A SCUOLA DA PUTIN
Le dichiarazioni del capo dell'opposizione italiana, Silvio Berlusconi, in merito al regime guidato da Vladimir Putin in Russia meritano d'essere prese molto sul serio. La derisione, in questo caso, sarebbe davvero fuori luogo. A chiunque abbia occhi per vedere, e serenità d'animo per giudicare, pare chiarissimo che la "democrazia russa" è una variante autoritaria e illiberale delle democrazie che si studiano sui libri di storia. Uno studioso come DD Crouch ha elaborato il concetto di "post democrazie" per identificare sistemi politici che si basano sulle forme della democrazia (pluripartisimo, elezioni sia locali che nazionali) ma di fatto non riconoscono né i princìpi dello stato di diritto né un effettivo pluralismo: oltre alla Russia, possiamo pensare al caso dell'Egitto, o dell'Algeria e vari paesi usciti dal sistema sovietico a partito unico.
Le brutalità delle forze di polizia contor le sparute opposizioni russe che ancora osano scendere in piazza, non hanno scandalizato il nostro ex premier, che preferisce basare i suoi giudizi su valutazioni emotive e psicologiche dell'uomo Putin e vantarsi della sua personale amicizia con lui. Il disprezzo per le minoranze - "solo poche centinaia di persone" - e il ridicolo avallo delle spiegazioni ufficiali addotte per la repressione ("ostruivano il traffico") sono stati i punti forti dello show di Berlusconi. Sbaglieremmo a valutare queste sortite come l'ennesima birichinata di un uomo politico molto versato alle guasconate, olte che noto gaffeur: dietro la leggerezza con la quale si affronta il caso Putin e lo stato della democrazia in Russia, si cela una simpatia latente verso la "democrazia dell'uomo forte" che l'ex dirigente del Kbg ha costruito in questi anni.
Basta leggersi l'intervista a Lamberto Dini, già presidente del consiglio e ministro degli Esteri, attuale sentaore della Margherita, per intuire quanto affascini, nei nostri ambienti politici, la "post democrazia": Dini sosteien che Putin è "un grande leader rispettato in tutot il mondo", che una parte delle opposizioni vorrebbero la restaurazione dell'Unione sovietica, che Putin è riuscito a dare ordine e stabilità al paese e che ad ogni modo le manifestaizoni, per quanto represse, ci sono state "e questo vuol dire che comunque c'è democrazia".
Quel che dobbiamo fare, è riflettere molto seriamente sulla china che hanno preso le democrazie occidentali. La sensazione è che si siano formati ceti politici oligarchici, spesso ostaggi dei poteri economici, e che le forze politiche vivono con sempre maggiore insofferenza le richieste di partecipazione e decentramento die poteri che arrivano dalla base e in particolare dai gruppi che organizzano il dissenso. Non dimentichiamo in che modo gli ultimi ministri degli Interni - da Scajola ad Amato passando per Pisanu - hanno valutato ed etichettato i più importanti movimenti di protesta nati in Italia negli ultimi anni attorno alla guerra, alle opere pubbliche, alle basi militari. Abbiamo avuto la repressione al G8 di Genova - pienamente legittimata, se non orchestrata, dal potere politico - e le manganellate agli oppositori alla tav in Val di Susa; gli arresti e le condanne (a quattro anni) per la manifestazione di Milano del marzo scorso e l'intervento intimidatorio di Amato alla vigilia della manifestaizone di Vicenda, passando per un gran numero di altri casi e situazioni (stadi inclusi). Tutto è stato gestito all'insegna dell'intimidazione, facendo leva sulla paura e sul bisogno di sicurezza, enfatizzando il ruolo repressivo delle forze dell'ordine e senza mai parlare dei diritti politici e civili.
In Russia l'espressione del dissenso non è gradita e viene brutalmente impedita: non vorremmo che il Cremilno stesse realizzando i sogni inconfessati - e in qualche caso, magari, inconsapevoli - di molti leader politici di casa nostra.